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martedì 4 ottobre 2011

happy sad story of a new single



mi torna in mente un brano di Paoli, Paoli Gino. quattro amici al bar.
caspita, eravamo solo in tre, e ne mancava uno. ben rimpiazzato da una miriade di altri volti, sconosciuti e non, chi più e chi meno ilare, chi più e chi meno tirato.

il programma originario era di bere una birra "lasko di qualche lidl", idea scartata. troppo radical chic. e nei lidl la "patonza non gira abbastanza".
abbiamo così deciso di sederci. al Bar per l'appunto. se fossimo stati seduti su un autobus non era la stessa cosa. in questura neppure. anche se non c'era posto e non ci siamo seduti, ma eravamo comunque al bar.


perchè c'è che mi ricorda sempre che "è morta più gente di sete che non di fame".


di fame di f**a si, ne muoiono ogni giorno. e mi auguro per te, amico, che non ti debba mai capitare.

domenica 18 settembre 2011

first view of the same story



sono seduto sulla tazza e mi guardo i lacci delle scarpe. rapido calcolo su quelle che sono le mie finanze. o meglio, rapido calcolo di ciò che RIMANE delle mie finanze; 2,37 euro in "contanti" e una decina di euro a credito. mi sento un pò un ricco banchiere ebreo all'epoca della repubblica della Serenissima, e chiaramente l'espressione non ha alcun tocco antisemita. l'espressione Serenissima.

mi alzo che sono le otto cullato da canti serbo-croati e dolci rumori di martellate. già, gli operai. scendo.
preparo il caffè di rito, il primo dei quindici che mi aiutano a giungere a fine giornata, e che mi aiuteranno a giungere a una morte precoce per arresto cardiaco.
il caffè che mi farà risparmiare 90 cent se bevuto a casa.

ringrazio Jah per aver fatto si che la Musa abbia lasciato un'intera scatola di biscotti artigianali. alla marmellata d'albicocca. non li ha lasciati per me, non perché avrei potuto aver fame appena sveglio, piuttosto perché "troppo brutti" a suo giudizio. ne sgranocchio un paio e definisco i dettagli dell'INCONTRO. si, l'incontro con IO, che ho scoperto essere nella stessa città ove mi trovo io e che non è la nostra.
come dice un detto curdo, "non vieni da nessuna parte fino a che non ti sposi".

è tutto il giorno che rifletto su quale sia il senso di vieni.
tuttavia qualsivoglia interpretazione si attribuisca al verbo "venire" la correttezza del proverbio rimane comunque inoppugnabile. questi curdi ne sanno una più del diavolo.

con queste riflessioni nella mente mi avvio al parchetto, noto luogo di ritrovo per tutte le culture dalmate fiumane e istriane che popolano queste zone. gli italiani mi uccidono, non sanno nemmeno a chi siano intitolate le piazze, cosicché sia indispensabile specificare sotto la targhetta il ruolo rivestito da colui che ha lasciato in eredità il suo nome.

lo incontro, mentre sono immerso in uno stato di estasi completa provocata dalla lettura del libro. o meglio, lui incontra me, io non me ne sono accorto.
caffè al bar ( i 90 cent prima risparmiati vengono così maledettamente scialacquati ) e poi lo convinco a seguirmi nell'impresa. si, riuscire a trovare un lavoro in questo paese è un impresa. e a me serve!
chiacchierando di suore e della possibilità per me di fare lo gigolò (cosa non condivisa da IO quando gli salta in mente che potrebbero esserci non solo LE clienti ma anche I clienti) finiamo per girare in tondo almeno per un'ora, con un solo curriculum depositato. gli concedo il congedo. magari la sua donna lo sgrida, oggi portava i pantaloni.
non prima di una sigaretta, che io fumo e lui desidera. ma non me lo dice.

ripenso alla f*********i, dove non hanno voluto il mio curriculum ma se vedessero come scrivo bene non finirei dietro il bancone, finirei in vetrina.

così per ora devo accontentarmi della mia auto-pubblicità. e di amici in kilt in centro città.

lunedì 5 settembre 2011

To Be A Lord











trieste. sveglia incredibilmente mattutina, colazione con i muffin cucinati secondo la ricetta "l'abito non fa il monaco" (del giorno prima) e attesa di due ore abbondanti davanti un edificio grigio e spazioso. 
no, non è l'abito del monaco ad essere del giorno prima. 
aspetto che l'esaminanda varchi la soglia e poi mi giro: ho davanti a me ho tre ore, una città e quattro euro in tasca, non miei.
monaco finto peraltro.
comincerò dal caffè, e perchè no, farò il gran signore. mi avvio placido e tranquillo verso C****a, una zona tranquilla e affascinante (e l'unica che sapevo raggiungere a colpo sicuro) vicino alle rive. con le mani in tasca, osservo le persone che passano, poi sposto lo sguardo alle architetture dei palazzi che mi circondano, ritorno alle persone. svolto l'angolo ed entro in un'edicola. per fare il gran signore. cosa acquistare? quale testata giornalistica sfoggiare durante la mia mattinata? una volta, Boris Lametta disse che "pesante è affidabile. se non spara, tu puoi sempre usare per colpire". mi faccio affascinare da questa perla di saggezza russa dal sapore kgb e mi decido per il corriere.
"buongiorno. mi fa quattro etti di Corriere della sera, grazie."
"ho fatto anche l'inserto economia, lascio?"
"lasci pure, ho parenti a pranzo, non va mai male."
"sono 1,20€" dice mentre mi protende le mie 86 pagine. però, gran rapporto quantità/prezzo.
faccio sette passi oltre l'edicola e mi ritrovo seduto ad un tavolino di un bar. non mi affascina più di tanto, ma è asciutto e riparato. così adagiato, apro il giornale con gesti teatrali da attore consumato quale non sono, facendo bene attenzione ad attirare l'attenzione di tutti col tipico suono che fa la carta stampata appena aperta. meraviglioso. proprio in quella si presenta la cameriera e ordino un decaffeinato macchiato. preciso, particolare, elegante. da signore.
mi butto a capofitto nella lettura: inizio da Alberoni, con faccia critica, e faccio in tempo a leggere anche Giannelli, prima che arrivi il caffè. bello, raffinato, illy. 
spiego bene il giornale sulle gambe e mi appresto a leggere un articolo sul ritorno in patria da eroe di DSK (che credevo fosse il nuovo modello della mercedes), mentre contemporaneamente zucchero il caffè. 
guardo il giornale, poi il caffè. poi il giornale. poi il tavolino troppo lontano per sorseggiare il caffè e leggere il giornale allo stesso tempo. "vabbè, lo terrò in mano mentre leggo questo interessantissimo articolo". sto per prendere in mano la tazzina quando mi sovviene che in quel momento ero un gran signore, e quindi come esimermi dal prendere il piattino tra l'indice e il pollice e mescolare con aristocratica precisione la bevanda scura. 
dopo qualche secondo lo zucchero sembra essersi ragionevolmente sciolto e mi appresto a portare il cucchiaino alla bocca, per saggiarne il gusto. le mie labbra non fanno in tempo a scottarsi che sulla mia unica e bianca maglietta si materializza una macchia di caffè delle dimensioni della Groenlandia. 
bianca. nessun altro ricambio.
due ore e quarantanove minuti in centro a T*****e, con il faro di alessandria formato miscela arabica sulla maglietta, a monito della presenza di un idiota.
giusto.
karma rulez.